Il mi babbo va a scaldare i piedi ai milanesi

di Paolo Gioffredi

Fino agli anni antecedenti l’ultima guerra il territorio del comune di Sambuca Pistoiese ha conosciuto una forte migrazione stagionale; la maggior parte degli uomini si recavano in Maremma, in Sardegna o in Corsica a fare i boscaioli o i carbonai. Nel dopoguerra, principalmente per la diminuita richiesta sui mercati del carbone vegetale, la migrazione stagionale prese una direzione diversa: nei mesi invernali molti, infatti, andarono a fare i “fuochisti” a Milano. Il loro compito era quello di curare il funzionamento delle caldaie per il riscaldamento dei palazzi milanesi.

Il lavoro iniziava alle cinque del mattino: un caffelatte e via in bicicletta per fare il “giro” di controllo ed alimentazione delle caldaie che continuava con brevi pause fino a tarda sera.
Ogni addetto aveva in consegna mediamente quindici caldaie. Il figlio di uno di essi sintetizzò in modo spiritoso questo lavoro con una battuta: “il mi babbo va a scaldare i piedi ai milanesi”.

Questo nuova attività che sostituì quelle tradizionali legate ai lavori nel bosco, nei campi, nei pascoli, ebbe inizio nel 1950 allorquando il torrigiano Ezio Palmieri accettò un incarico di fuochista a Milano, procuratogli dal fratello Fortunato, che a quell’epoca lavorava nel capoluogo lombardo.
L’anno seguente, era il 1951, sei operai di Torri seguirono le orme di Ezio e negli anni immediatamente successivi il loro numero aumentò fino a superare il centinaio. Fra essi anche giovani provenienti da altre località della montagna, quali Treppio e Fossato si dedicarono alla nuova attività.
Il lavoro era faticoso, ma relativamente ben retribuito: nella stagione a Milano si guadagnava di più che in un anno a Torri. Era una vita di sacrifici: i fuochisti dormivano nelle cantine accanto al monte del carbone, in locali senza nessun servizio igienico; il loro lavoro non conosceva festività o turni di riposo, senza contare che essi restavano per sei mesi lontani dalle loro famiglie.
Al ritorno a casa, a fine stagione, si dedicavano alle attività di sempre: il lavoro nei campi e nei castagneti, il governo degli animali, il taglio del bosco.
Fra i tanti torrigiani a Milano c€’erano anche Gianpaolo Tamburini allora quattordicenne, assieme al babbo, Enzo Antonini, Pietro Battistini, Onorio Biolchi e tanti altri
Molti fuochisti erano dipendenti della ditta di Giancarlo Casiraghi, il cui figlio, Stefano, salì all’onore delle cronache nel 1982, quando sposò la principessa Carolina di Monaco.
Questo flusso migratorio è continuato fino alla metà degli anni Sessanta, periodo in cui molti hanno definitivamente abbandonato il loro paese di origine sui monti della Sambuca; erano gli anni del ‘miracolo economico’ e per i fuochisti di Torri iniziava una nuova storia nelle fabbriche di Pistoia e di Prato.
Fu così infatti che Raffaello Gioffredi, fuochista a Milano per 15 anni, nel 1968 dopo aver conseguito la patente di conduttore di caldaie a vapore, si trasferì a Pistoia con la famiglia, continuando a fare il fuochista assieme ad Argante Gioffredi in una azienda tessile pratese.
Era pur sempre una vita dura, ma di positivo, rispetto a quella di Milano, oltre la vicinanza della famiglia, dei parenti e degli amici, c’era anche la vicinanza a Torri, paesello natio.

0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *