L’orrendo delitto avvenuto a Torri nel 1913: un prete che brucia vivo suo figlio

di Alberto Pucci

Vi sono dei ricordi, radicati nella memoria collettiva di un paese, che è impossibile dimenticare.

È il caso, per esempio, di un delitto avvenuto più di un secolo fa nel paese di Torri (Sambuca Pistoiese). Ancora oggi, di generazione in generazione, vengono tramandati il nome dei protagonisti e una sommaria descrizione del fatto che continua a incuriosire la gente.

Ma è tutta vera la spaventosa vicenda che si racconta? Sono davvero loro i colpevoli o vi è stata anche la responsabilità di qualcun altro? E la dinamica del delitto corrisponde a quello che si dice?

Qualche mese fa sono venuto a conoscenza di alcune poesie che erano state conservate per anni da Laura Gioffredi, la signora che per lunghissimo tempo ha tenuto aperto a Torri un bar-ristorante, e che sua nuora aveva regalato ad un mio amico nativo del paese. Ebbene, una di queste parlava proprio della vicenda accaduta tanti anni fa e citava perfino il nome dei protagonisti. Naturalmente l’anonimo “cantastorie” non poteva che denigrare l’accaduto e, interpretando l’opinione della gente, auspicava una pronta e severa condanna.

Ecco il testo integrale:

Un delitto così atroce orrendo

mai nel mondo s’intese narrar

fu commesso da un tal reverendo

Michelacci si viene a chiamar

 Lui teneva una giovane servetta

l’Argia Gioffredi ognuno sa

ma la triste passion maledetta

ambedue sbagliare li fa

Fra quei monti ridenti e beati

trascorrevan così il loro amor

ma ben presto lor vennero notati

i paesani ridevano fra loro[1]

Di nascosto la giovane Argia

un bel bimbo dovè partorir

ma l’infame e terribile arpia

un delitto dovè concepir

Aiutata dal prete suo amante

nel petrolio quel bimbo tuffò

e quel figlio innocente all’istante

il terribile fuoco appiccò

Contorcendosi l’infelice creatura

e le fiamme che pre[n]dan[2] vigor

fra gli spasimi della tortura

fino a tanto che in cenere andò

Il delitto ben presto scoperto

la giustizia iniqua arrestò

ne fu fatto al pretore il referto

alle carcere[3] gli assassini mandò

Al verdetto speriam che i giurati

che non abbiano alcuna pietà

all’ergastolo lor siano condannati

quell’orrendo delitto a scontar

Da questi versi possiamo ricavare il nome degli artefici dell’infanticidio, il movente del delitto e il contesto in cui questo fu maturato.

Ma possiamo sapere qualcosa di più in proposito?

Da una ricerca effettuata presso l’Archivio Diocesano e Vescovile di Pistoia non è emerso nulla di particolare. Sappiamo soltanto che Ruben Michelacci era stato parroco della chiesa di Santa Maria Assunta di Torri dal 1910 al 1913 quando, sul finire di quell’anno, all’età di appena trentadue anni, era stato improvvisamente sostituito da don Leone Butelli[iv]. Le cause dell’avvicendamento non compaiono nelle carte dell’epoca o, perlomeno, non sono accessibili al pubblico.

Dove cercare allora? Sicuramente i quotidiani di allora dovevano aver riportato questa vicenda che aveva fatto tanto scalpore. Così iniziai la ricerca.

Incontrai subito delle difficoltà. La Nazione riportava informazioni generali, soprattutto di Firenze, con un minimo spazio dedicato alle notizie della Toscana. E poi le copie erano disponibili per un arco di tempo che andava dal 1859 al 1912, l’anno precedente a quello che desideravo vedere.

Limitai perciò la mia ricerca ai giornali locali, soprattutto a quelli che si occupavano del territorio montano. Il periodico La Montagna Pistoiese, però, si fermava al 25 ottobre 1913, poco prima dell’avvenimento in questione e, inoltre, parlava quasi esclusivamente di politica. Anche Il popolo pistoiese, sebbene le sue copie fossero disponibili dal 1881 al 1926, non si interessava ai fatti di cronaca.

Provai allora con il giornale filocattolico La Difesa Religiosa e Sociale, dal momento che era coinvolto un religioso della provincia di Pistoia, ma pure esso non citava l’evento.

Possibile che la Chiesa avesse voluto tacitare la triste e scandalosa vicenda? Se fosse stato così (e non sarebbe stato la prima volta) dove trovare la notizia?

Stavo per abbandonare l’indagine, quando mi venne in mente di cercare sui settimanali anticlericali e di tendenza socialista, non legati alla Chiesa.

E dopo una laboriosa ricerca trovai finalmente quello che volevo.

La Voce democratica di sabato 8 novembre 1913, non solo riportava il fatto ma, data la sua forte connotazione anticattolica, accentuava gli aspetti più macabri dell’episodio e si lasciava andare ad un commento a dir poco sferzante e sarcastico nei confronti dei preti.

Ecco come fu raccontato l’evento:

Un prete che brucia vivo suo figlio

Il Vescovo, rispondendo al Card. Merry Del Val, negava il fatto; la “Difesa” – forse per eccesso di modestia – tace…

Eppure Sambuca Pistoiese è stato teatro di uno dei più orrendi delitti che la cronaca nera abbia mai registrato. Autore è il parroco di Torri, don Michelaccio Rubens, di anni 32. Complice la domestica di casa, Argia Gioffredi di anni 22. Il delitto è il tragico epilogo di una lunga relazione illecita.

La frazione di Torri è una frazione ridente dell’alta montagna, quasi sul confine che delimita le due provincie di Bologna e di Firenze. La popolazione, che è fra le più gentili e calme delle nostre contrade, da un pezzo si era accorta dell’illecita relazione fra il Rubens e la sua rosea e fresca perpetua, e vi furono i soliti chiacchiericci frizzi, maldicenze, e qualche protesta. Si cercava di tener celato lo scandalo più che fosse possibile, ma lo scandalo dilagò quando il fisico della ragazza accennò a modificarsi.

Eppure la donna seppe fare le cose tanto segretamente che nei primi tempi nessuno si avvide dell’inconveniente. Il pubblico venne ad esser certo del fatto soltanto quando poté constatare il cambiamento della ragazza. Allora alcuni paesani appresero[v] dei cartellini alla porta della canonica, dove era avvenuto il parto, colla scritta: “A Torri è nato il Papa”. Immaginarsi le matte risate che furono fatte in tutti i crocchi.

Per la contrada ormai non si parlava d’altro. Ma i pettegolezzi e le chiacchere hanno portato alla scoperta di un orrendo delitto. Mancano ora tutti i particolari, ma si può così ricostruire il fatto raccapricciante:

Il parroco, per far perdere le tracce del suo illecito amore, ha preso il neonato e con la complicità necessaria della madre della ragazza lo ha inzuppato ben bene nel petrolio e poi con ributtante cinismo vi ha impiccato il fuoco. Il corpicino della infelice creatura si è contorto nello spasimo della tortura, sotto gli occhi di quei due bruti, finché di lui non ne è rimasto che un mucchio di ossa abbruciate e di ceneri.

L’autorità giudiziaria ha attivato pronte indagini sul delitto. Gli assassini dovettero essere piantonati dai carabinieri dentro la canonica, e da essi difesi contro le furie del popolo, che voleva fare giustizia sommaria. La madre della ragazza, dopo essere stata interrogata, è stata condotta alla caserma dei carabinieri di Pavana. Enorme è l’impressione di disgusto e raccapriccio.

Il sacerdote Ruben Michelacci e la domestica Argia Gioffredi, arrestati a Torri (Sambuca Pistoiese), per l’orrendo infanticidio sono stati tradotti in queste carceri dopo un sopra luogo compiuto dall’autorità giudiziaria insieme alla madre della omicida, Gioconda Turchi Gioffredi.

Come si vede, l’articolo appare volutamente ironico: la “Difesa” – forse per eccesso di modestia – tace; il cognome e il nome del parroco, all’inizio, sono storpiati in Michelaccio Rubens, per sottolineare la cattiveria del sacerdote e il suo studiato progetto “degno” del grande pittore fiammingo Rubens; … la rosea e fresca perpetua; … A Torri è nato il Papa; il neonato è stato … inzuppato ben bene nel petrolio… In alcuni tratti il giornalista ha cercato perfino di suscitare nel lettore la massima repulsione: il corpicino dell’infelice creatura si è contorto nello spasimo della tortura…

Ma tutto il sarcasmo e l’anticlericalismo si rivelano ancora di più nel commento alla stessa vicenda:

Le Stinche sono diventate il “Grand Hôtel” dei Preti!…

Non è gioia la nostra, perché un altro prete, colpevole di un orrendo delitto, è sotto la scure della legge: è orrore…

Se il prete è un uomo – e, invero, vi sono dei casi in cui vi sarebbe da dubitarne – se il prete è, come vuol essere, un uomo, ha, per lo meno, diritti e doveri uguali a quelli che hanno tutti i suoi simili. Ma, anzi, per la missione che volontariamente si è imposta, egli ha doveri, non diritti maggiori, doveri che egli dovrebbe compiere con la massima cura e col massimo zelo, ad onore e gloria del suo principale, sia pure con ogni maggior sacrifizio, sia pure a costo della vita… propria.

Esso – il prete – ignora ciò che sia famiglia e dà consigli ai capi di famiglia: – preferisce però, in generale, le mogli dei capi di famiglia!… – Nella vita civile da l’esempio del libertinaggio, più o meno larvato; è immorale e, forse in memoria dei costumi classici dell’Antica Grecia, si crede onesto corrompendo la gioventù; si dimostra, appena che se ne presenti l’occasione, sanguinario e terribilmente feroce.

In politica poi è fomite di continue discordie ed ove caccia le mani le acque di pure e limpide che eran prima, divengono subito linacciose[vi] ed inquinate.

Dunque?

Dunque imparino una buona volta i capi di famiglia e le donne specialmente, che hanno sempre tanta simpatia per quelle sottane, imparino a chiudere una buona volta l’uscio sul muso al prete.

Così egli dovrà, o cercarsi un altro mestiere o cessar di esistere per mancanza di alimenti.

Ma è l’ora che anche che la legge tolga ogni privilegio ad un esercito di oziosi e di vagabondi che, alle spalle dei minchioni, vivono e mangiano a strippapelle, che – colla scusa del celibato – si godono bellamente le donne e trovano anche il tempo per esser ladri e assassini, per provare che non sono affatto, affatto divini, ma umani, umanissimi, anzi “inumanissimi”.

Ma almeno date loro moglie o… fatene tanti capponi!…

È importante notare in questo articolo, tralasciando il risentimento verso il clero che vuole far apparire il sacerdote come l’unico colpevole, il ruolo della madre della ragazza, Gioconda Turchi Gioffredi. I due giovani, infatti, non furono i soli a compiere l’insano gesto così come viene tramandato. Anzi, probabilmente, data l’età più matura e il desiderio di coprire la vergogna dell’accaduto, fu la signora Turchi Gioffredi ad essere determinante nella scelta di compiere l’insano gesto.

Ma esistono altre fonti che possono avvalorare questa ipotesi?

L’unico giornale a riportare la stessa macabra notizia fu L’Avvenire del 9 novembre 1913.

Diciamo subito che anche questo non era un quotidiano filocattolico, si definiva infatti Organo Socialista Settimanale del Circondario di Pistoia. Pure in questo caso la critica ai religiosi appare evidente. Leggiamo quanto fu pubblicato:

Il Fattaccio

Scriviamo mentre siamo ancora sotto la terribile impressione del nefando delitto. Un sacerdote di Dio, certo Michelacci Rubens parroco della vicina Torri trescava da tempo con la sua perpetua, la ventiduenne Gioffredi Argia.

Frutto di tale illecita relazione fu un figlio che il prete d’accordo con la madre soppresse in modo raccapricciante. Dopo averlo ucciso cosparse il misero corpo di petrolio appiccandovi poi il fuoco di modo che in breve dell’innocente creatura non rimase che un po’ di cenere e delle ossa abbruciacchiate.

I due figuri e la madre della ganza del prete sono stati arrestati e tradotti alle nostre carceri dove rifletteranno all’enormità del fallo commesso.

Questo sommariamente il fattaccio di cronaca che ha inorridito per la sua ferocia inaudita e che non ha riscontro negli annali della cronaca nera.

Ed il fattaccio acquista una più fosca tinta per la figura del protagonista: un prete. Costui non soddisfatto di aver sedotta una fanciulla, dopo averla resa madre ha tentato cancellare il frutto del suo fallo sopprimendo una innocente creatura. L’immondo prete ha raggiunto così il record della ferocia e del cinismo. Se è scusabile che una povera fanciulla ceda alle lusinghe del primo farabutto e che nel momento dello sconforto, dell’abbandono, nel sapersi disonorata, nello strazio di dover allevare un bastardo, nella prospettiva fosca di un avvenire di miserie e di guai e per sé e per la sua creatura sopprima l’essere portato per nove mesi in seno, non si concepisce il fatto che un uomo, dopo aver abusato fino all’ultimo della donna da lui fecondata sopprima suo figlio. Costui che fino all’ultimo non ha sentito la sua responsabilità, che ha continuato ad abusare della sua femmina senza pensare che in quel corpo un altro ne germogliava ed un frutto de’ suoi illeciti amori, costui non è un uomo, è una belva. E tanta belva si nasconde nell’abito di un prete. Noi siamo convinti che il novanta per cento dei sacerdoti abbiano nella loro Perpetua la rispettiva amante, ma ci domandiamo se sia lecito questo scandalo costante che essi danno del loro impenitente libertinaggio. Essi che prostituiscono la loro religione e che del culto fanno un mestiere comodo, che profanano le case della loro fede, che con le mani impure pel contatto carnale ad essi proibito alzano cibori e toccano ostie e parlano con disinvoltura di morale, essi che menano tutta una vita d’immoralità, bisognerebbe fossero appartati dal consorzio umano, isolati come tanti farabutti pericolosi.

Le chiese in mano a tali depravati sono un po’ diventati luoghi ove si consumano i più nefandi delitti, ove tante poverette vanno incontro alla perdizione, al disonore. E tutto questo per l’opera satanica di un qualche ministro di Dio. E sarebbe ormai tempo che i genitori proibissero alle figlie e ai figli (a volte i preti si accomodano in fatto di sesso) di entrare in quei luoghi di colpa. Chi crede e vuol pregare lo faccia nella propria casa nella tranquillità delle proprie domestiche pareti, lungi dall’agguato di un satiro schifoso in veste di sacerdote di dio[vii].

I genitori hanno l’obbligo di vigilare sui figli ed uno dei loro primi doveri è appunto quello di tenerli lontani dai pericoli. Il ripetersi dei misfatti compiuti dai porcaccioni in abito talare hanno[viii] ormai preso una proporzione impressionante.

Le autorità ecclesiastiche non si preoccupano delle proteste delle popolazioni e mantengono nei loro uffici divini dei lezzi e dei depravati. Così ad esempio non si comprende come il Vescovo di Pistoia non abbia provveduto a far cambiare aria al molto reverendo don Michelacci che a tutti era noto facesse vita comune in una intimità della quale si sono visti ora i frutti, con la sua donna di servizio.

Tale acquiescenza non si spiega altro che in un modo, che cioè non si sappia con chi supplire un porcaccione parroco visto che l’epidemia è quasi generale. Ed appunto per questo bisognerebbe boicottare e preti e chiese. Chi si sente cristiano, chi è cattolico non ha bisogno di andare a contaminare la propria fede in un luogo ove a cominciare dal prete officiante, tutto è profano.

Ma continuino pure i preti a fare come fanno, essi sono i veri fattori pratici del movimento anticlericale che di scandalo in scandalo dovrà purtroppo scoppiare. E che sia una buona lezione inflitta a tanti miserabili che si valgono appunto del loro ministero per compiere le più delittuose gesta.

Intanto lasciando da parte i tre di Torri ai quali penserà la giustizia, non sarebbe male che nelle parrocchie ove sia evidente il libertinaggio del prete si cominciasse a legnarli sodo sodo ed in maniera tale da fargli passare per un pezzo i furori della libidine.

Legnate, legnate ci vogliono e sode.

Anche in questo scritto, dunque, è netta la condanna dei protagonisti e si ribadisce il ruolo di Gioconda Turchi Gioffredi, definita la madre della ganza.Pure lei, accertate le sue responsabilità, viene tradotta in carcere. Veniva riconosciuto, tuttavia, che il bambino non era stato bruciato vivo, ma dopo che era stato ucciso. In ogni caso tutte le accuse sono rivolte verso il sacerdote, definito …l’immondo prete…; …costui non è un uomo, è una belva…; …un porcaccione parroco…, mentre dei preti in generale si dice che essi che prostituiscono la loro religione… essi che menano tutta una vita d’immoralità, bisognerebbe fossero… isolati come tanti farabutti pericolosi e, proseguendo con altre invettive, si finisce per auspicare che siano perfino presi a bastonate.

Tutta la colpa, insomma, è attribuita al Michelacci. La perpetua è ritenuta vittima del suo carnefice: Se è scusabile che una povera fanciulla ceda alle lusinghe del primo farabutto e che nel momento dello sconforto, dell’abbandono, nel sapersi disonorata, nello strazio di dover allevare un bastardo, nella prospettiva fosca di un avvenire di miserie e di guai e per sé e per la sua creatura sopprima l’essere portato per nove mesi in seno, non si concepisce il fatto che un uomo, dopo aver abusato fino all’ultimo della donna da lui fecondata sopprima suo figlio. Nessuna menzione particolare, infine, per la signora Turchi Gioffredi.

Da questi scritti, dunque, cosa possiamo dedurre?

In tutti e due gli articoli l’episodio particolare diventa un punto di partenza per un attacco più generale alla chiesa cattolica e ai sacerdoti in particolare. L’anticlericalismo non traspare da questo unico esempio. Se leggiamo i giornali della Voce Democratica, anche limitandoci soltanto ai tre mesi precedenti il delitto di Torri, ossia dal 9 agosto all’8 novembre 1913, notiamo che numerosi sono stati gli scandali compiuti dai preti. I reati di cui furono imputati variano dal semplice furto e riciclaggio di oggetti religiosi all’adescamento di minori (vedi Ah, quei preti!!!, pubblicato il 9 agosto), dalla finta Cooperativa edilizia per procurarsi denaro alle relazioni con giovani donne e alla corruzione di minorenni (vedi l’articolo Cronaca anticlericale, pubblicato il 6 settembre). Per farla breve quasi ogni settimana viene menzionato un reato commesso dai sacerdoti. E nell’elenco non poteva mancare perfino un altro infanticidio (vedi l’articolo Truce infanticidio con la complicità di un parroco edito il 18 ottobre).

Certo è che La Voce Democratica non faceva mistero della sua opposizione alla chiesa cattolica. Nell’illustrazione del suo programma si affermava, tra l’altro, … La guerra al clericalismo che pure i partiti popolari combattono con tutte le loro forze, non è e non può essere un fine, ma semplicemente uno dei mezzi per combattere la reazione che ha nel clericalismo il suo più potente sostegno (vedi articolo in prima pagina intitolato Ai lettori del 25 gennaio 1913).

C’era di mezzo la politica, dunque, in questo accanimento contro il clero.

Ma quali erano i motivi che richiedevano questa feroce critica contro i preti e verso la Chiesa in generale?

Per capire le posizioni dei due giornali nei confronti dei religiosi si deve risalire al contesto storico di allora.

Nella seconda metà del 1913 l’Italia era in piena campagna elettorale. Erano anche le prime elezioni a suffragio universale (il numero degli elettori era passato dai tre agli otto milioni e mezzo circa) con collegio uninominale a doppio turno. Giovanni Giolitti e gli altri parlamentari liberali che avevano governato fino ad allora volevano bloccare in ogni modo l’avanzata del Partito Socialista che stava ricevendo sempre più consensi nella popolazione. Per ottenere la vittoria alle elezioni fu ritenuta perciò indispensabile un’alleanza con l’elettorato favorevole alla Chiesa. Fu concordato, di conseguenza, il così detto Patto Gentiloni, dal nome di Vincenzo Gentiloni, illustre politico cattolico. Il programma, articolato in sette punti, prevedeva la condanna dell’anticlericalismo e di tutte le sue proposte politiche e, al contrario, l’affermazione in ogni campo dei principi della dottrina cristiana.  Gentiloni fu incaricato di scegliere quei candidati liberali che avrebbero rispettato questo patto e ai quali erano stati riservati numerosi seggi. Su di essi sarebbero stati indirizzati i voti dei cattolici.

I suddetti giornali della provincia di Pistoia, consapevoli dell’accordo stabilito già l’anno prima fra Giolitti e Gentiloni (vedi La Voce Democratica, 29 marzo 1912, articolo in prima pagina intitolato Il pericolo nero), non potevano esimersi dal ribadire la loro forte opposizione al clero, coscienti del decisivo scontro politico in atto. Ogni minima mancanza di un sacerdote veniva quindi sottolineata per attirare la gente dalla parte avversa alla Chiesa.

Essi, comunque, non ottennero il successo sperato. Per la cronaca diciamo che le elezioni politiche del 1913 si svolsero il 26 ottobre (1° turno) e il 2 novembre (ballottaggi) e i risultati sanzionarono il grande successo dell’Unione Liberale che ottenne ben 270 seggi su 508, mentre il Partito Socialista ne ebbe appena 52.

Il giudizio negativo dei giornali verso i sacerdoti, comunque, non toglie nulla a ciò che a Torri e in altri luoghi era realmente accaduto.

L’unica attenuante a questi comportamenti contrari alla legge da parte degli ecclesiastici era la miseria in cui versavano tante famiglie di allora. A volte non era possibile, per i genitori, mantenere una prole non di rado numerosa. I giovani e le ragazze venivano introdotti nei seminari e nei conventi spesso per evitare la fame. Le vocazioni, perciò, non dovevano essere state sempre sincere. E quando uno di questi giovani, non ancora trentenne, diventava sacerdote ed era nominato parroco di un paese di montagna come Torri (allora raggiungibile solo tramite sentieri) in cui passare le lunghe sere d’inverno, cosa c’era da aspettarsi se la perpetua convivente nella canonica aveva appena ventidue anni ed era anche molto graziosa?

Con questo non si vuole scusare l’atrocità del delitto. Ma forse non è stato messo abbastanza in rilievo il ruolo avuto dalla madre di lei. Invece di consigliare l’assunzione delle proprie responsabilità e il conseguente loro pentimento partecipò all’infanticidio, se non fu proprio lei a idearlo e a portarlo a termine materialmente.

Fra i punti del patto Gentiloni, oltre al finanziamento delle scuole private (in prevalenza cattoliche) e all’impegno di non introdurre divorzio, vi era anche il riconoscimento della giurisdizione separata per il clero. Chissà se questo diverso ruolo del potere giudiziario concesso alla Chiesa influì anche sulla vicenda di Torri. Fatto sta che ancora oggi non è possibile reperire gli atti e le delibere del processo penale che certamente coinvolse gli artefici dell’infanticidio. Le sentenze del tribunale di Pistoia dell’anno 1913 e di quelli immediatamente seguenti, conservati all’Archivio di Stato di Pistoia, non sono più rintracciabili[ix].

E poi i venti di una guerra terribile, mai conosciuta prima, stavano per sollevarsi e tutto, di lì a poco, sarebbe stato messo a tacere e dimenticato[x]

Ma per questo evento drammatico non è stato così.


[1] Probabilmente, in origine, doveva essere stato scritto lor per fare rima con amor.

[2] La n è mancante.

[3] Sic.

[iv] Cfr. Il Monitore diocesano di Pistoia e Prato, 1911, p.18 e, Idem, 1914, p.22.

[v] Sic, invece di appesero.

[vi] Sic, invece di limacciose.

[vii] Sic, volutamente minuscolo.

[viii] Sic, invece di ha.

[ix] Colgo qui l’occasione per ringraziare pubblicamente la dottoressa Chiara Benzoni dell’Archivio di Stato di Pistoia. Data l’impossibilità a recarmi a trovare direttamente le fonti, a causa delle restrizioni all’ingresso in sala consultazione imposte dalla direzione per il Covid-19, lei mi ha sostituito egregiamente nella ricerca dei documenti che potevano interessare questo studio. Mi ha quindi informato che non c’erano, in archivio, atti del Tribunale di Pistoia relativi agli anni 1913-1915. Peccato, perché essi avrebbero fatto ulteriormente luce su questo delitto.

[x] Ricordiamo anche l’inizio dell’articolo sulla Voce Democratica: Il Vescovo, rispondendo al Card. Merry Del Val, negava il fatto; la “Difesa” – forse per eccesso di modestia – tace…